Il cane di jazz.
di Silvio TEOT
"La musica non udita è migliore di quella udita", diceva un proverbio greco della bassa antichità, al quale Nerone usava ribattere: "la musica non ascoltata non va presa in considerazione". Ma qual'era la "musica non udita" del proverbio? E' facile supporre che si trattava del concetto di musica, più venerato della musica stessa, comprendente non solo la dottrina cosmologica, ma anche le credenze morali e mediche: i canti "emostatici", da intonare sopra una ferita sanguinante, erano già noti a Omero e a Pindaro.
La sciatica, ad esempio, si "curava" suonando l'aulos sulle parti colpite. Tra gli antichi, la guarigione a base di musica e l'incantamento tenevano banco nei riti magici delle sette gnostiche. Platone doveva aver pensato a qualche misteriosa alchimia etica, con cui la musica poteva suscitare i moti dell'anima, o aver trattato della scienza armonica del "numero congettuale e immateriale", che racchiudeva verità di astronomia. Musica come valore spirituale allora; oppure musica terapeutica, ipnotica o, ancora, musica come gioco matematico. Certamente la musica come vestito aderente dell'uomo: un camice per le sue attività, una porzione magica per esorcizzare il dolore e la cattiva sorte. Questa è stata, in definitiva, la sorte toccata alla musica. Non si tratta, tuttavia, della "musica non udita" bensì di quella "non scritta". Quest'ultima, tramandata solo oralmente, è destinata ad estinguersi lentamente. Il mezzo tecnologico, l'incisione su nastro, permette un salvataggio parziale della musica non scritta ma paradossalmente rischia di snaturarne il carattere cangiante della medesima. La musica popolare non colta, altra, possiede infatti il dinamismo della mutevolezza: l'interpretazione è la sua vera anima. Il suo destino è la contaminazione costante, l'essere sempre e comunque un po' bastarda come i cani che si aggirano sulla Murgia: i "cani di jazz". I cani dello iazzo delle masserie che in dialetto suona "jazz" e che è anche, curiosamente, il termine che definisce la musica popolare americana più contaminata e meno scritta che ci sia: il jazz appunto.
Il lavoro del gruppo Uaragniaun relativo agli arrangiamenti musicali applicati ai canti della Murgia è deliberatamente rivolto al senso dell'interpretazione dinamica del patrimonio della tradizione, evitando la retorica del "revival" e il sapore "esotico" di certa tradizione folclorica votata al recupero nostalgico e spersonalizzato del "bel canto" andato. In sintesi la formula Uaragniaun è il connubio tra interpretazione delle musiche e rispetto del testo "ricercato sul campo". Nessuna passione archeologica pertanto ma scelta storica. Il testo della canzoni raccolte da Maria Moramarco rappresenta l'unica documentazione attendibile della realtà storica di un mondo subalterno che ha operato sulla Murgia: tensioni, passioni, fantasie e consapevolezze dei contadini del Sud dell'Italia. Riproporle e metterle su disco è per noi il primo risultato per storicizzare e rivalutare una espressione culturale diversa, "altra", non ufficiale, conflittuale e giammai neutrale. Una cultura soppressa con forza da quella ufficiale. Noi intendiamo valorizzare quei suoni e quesi versi estranei ai linguaggi ufficiali ridando dignità al dialetto Evitando la retorica solidarietà verso "le sofferenze del popolo", dei "cafoni" e dei loro drammi. Piuttosto esaltandone ogni originalità. Tuttavia sulla canzone della Murgia diviene necessario operare in maniera progressiva per quanto concerne gli arrangiamenti musicali. Le canzoni murgiane sono un patrimonio non scritto. Se il testo è stato tramandato con costante attendibilità non altrettanto può dirsi della musica che, invece, è manipolata, impura. Non c'è traccia di antiche trascrizioni e il canto si presenta povero e scarno. Si intreccia spesso coi ritmi e le dissonanze di origine mediterranea esaltando la propria origine meridiana, di confine. Accompagnano la voce il battito delle pietre, il suono della pelle d'asino, il tamburo a frizione, il flauto in canna di ferula e poco altro. Su questo "deserto" affascinante si è innestato il nostro lavoro di elaborazione con gli strumenti che più riteniamo efficaci e l'esperienza musicale che ognuno di noi si ritrova. Anzi: più che agli strumenti musicali abbiamo guardato ai suoni che potessero potessero rappresentare con maggiore forza i messaggi delle canzoni.
Uaragniaun cerca infatti di rappresentare e spettacolarizzare le atmosfere che si respirano nei testi delle canzoni: la festa, il dramma, la lotta e l'amore. Ciò ha richiesto la necessità di cogliere il fracasso delle bande di paese, il soffio tagliente del vento di Murgia, le dissonanze mediterranee, le sequenze frenetiche ed ipnotiche dei tarantolati, il rituale magico-medico delle "femmine curatrici", le velleità terapeutiche di certe danze e la forza persuasiva di certe nenie. Tutto ciò è rappresentato rispettando le espressività di tutti i musicisti che compongono Uaragniaun in chiave interpretativa ma senza fare il verso ai contadini.


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