Note fuori dal pentagramma sulla musica popolare italiana attraverso l’esperienza Uaragniaun.
Un saggio raccontato come un romanzo: l’autore scandaglia la storia della musica popolare del sud dell’Italia attraverso le vicende del gruppo musicale Uaragniaun, una delle formazioni di ricerca e riproposizione che meglio ha rappresentato sulla scena nazionale e internazionale i canti e le musiche della grande tradizione pugliese. Una trama incalzante, fatta di concerti, incontri e scambi musicali, tra strumenti etnici e ritratti di musicisti come Matteo Salvatore, Otello Profazio, Daniele Sepe, Ambrogio Sparagna... e tanti altri ancora. L’analisi del fenomeno della pizzica, della tarantella e della “forma canzone”, tra ricerca e innovazione, attraversando la “questione” del diritto d’autore e degli autori senza diritti. Il travagliato rapporto dei ripropositori della tradizione orale con il mercato discografico. Una maniera per “narrare la voce”, unica e straordinaria, di Maria Moramarco. Un viaggio dal folk-revival alla world music, dagli anni Settanta al nuovo Millennio...
Recensione di Roberto G. Sacchi
Il sottotitolo che l’autore ha scelto per presentare la sua fatica letteraria (“Note fuori dal pentagramma sulla musica popolare italiana attraverso l’esperienza Uaragniaun”) illustra bene gli ambiti in cui questo saggio autobiografico si muove, cercando di offrire un panorama storico della riproposta della musica folk del sud Italia osservato con gli occhi di chi ne è stato protagonista attivo, militando nel gruppo altamurano per trent’anni. Silvio teot ha quindi già realizzato quello che molti altri musicisti (non ultimo chi vi scrive) hanno in mente di fare da anni: un libro sul folk italiano “visto dal di dentro”, rivivendone passaggi e sviluppi non con l’asettica astrazione dello studioso ma con la complice e divertita partecipazione di chi le cose che narra le ha vissute davvero. Aneddoti, riflessioni, qualche piccolo trucco svelato fra backstage di festival e aie di masserie assolate, amicizie, dolori, passione, incontri, abbandoni.
Se poi volete completare l’’opera, procuratevi la bella antologia incisa nel 2001 dagli Uaragniaun, dal titolo “Fiorita” e tenetela di sottofondo durante la lettura.
Da gustare nei pomeriggi dei giorni di festival, seduti al tavolino del bar Garibaldi sotto i portici, a non più di 200 metri dal palco su cui i gruppi della serata fra poco inizieranno a fare sound-check.
Dalla presentazione di Giuseppe Dambrosio
Sul racconto si innesta e si incrocia felicemente la parte saggistica inerente la riflessione etnomusicale. Chi ha interessi di questo tipo, troverà abbondante materiale su cui riflettere: il testo è disseminato di citazioni tratti da opere monografiche che hanno segnato lo studio del folclore e della storia del mondo popolare, di recensioni dei dischi prodotti dal gruppo apparsi sulla stampa locale, su quella specializzata italiana ed europea e di una gustosa serie di frammenti, perlopiù tratti da canzoni, che danno l’incipit ad ogni capitolo. In calce, oltre all’utile bibliografia dei testi consultati, per gli interessati è presente una nutrita discografia aggiornata della World Music.
Il libro è il tentativo riuscito di ripercorrere l’esperienza degli anni suonati non circoscritta negli angusti confini cittadini. L’apporto e il rapporto con artisti di talento e della statura di Piero Ricci, Nico Berardi, Rocco De Rosa, Ambrogio Sparagna e Daniele Sepe ha aperto agli Uaragniaun gli orizzonti ed ha assicurato il successo meritato, portando alla ribalta nazionale ed internazionale la cultura e le tradizioni dell’Alta Murgia.
L’opera ha anche il merito di aver tracciato i contorni di un’esperienza del passato recente non annoiando e attraverso l’uso di una scrittura scorrevole e colorita che conquista il lettore. La lettura è consigliata vivamente ai più giovani e a chi ama la musica nelle sue varie forme e tendenze. Mi piace chiudere con l’accorato appello dell’autore rivolto a tutti i musicisti e al ruolo insostituibile del fare musica nell’era attuale della globalizzazione: “Contaminiamoci allora, mescoliamoci alla faccia di Bush, Sharon e Bin Laden. Lo stupro di New York e la successiva violenza carnale di Kandahar, i kamikaze, le rappresaglie, il “nuovo olocausto” palestinese, non possono restare il testamento infame di un 2001 che ci saluta con lo zuccherino della moneta unica europea. Opponiamo alla guerra l’amplesso culturale, quello della musica etnica. Ci guadagneremmo tutti in salute e saremmo felici. Opponiamo contrabbassi, tamburi e violini ai blindati, ai cannoni, alle bombe intelligenti governate da uomini idioti. Coltiviamo almeno l’utopia, ché non è ancora quotata in Borsa […] La “musica che gira intorno” avrebbe fatto ancora la sua parte, superando trincee e cadaveri.” Lunga vita a chi ha reso famosi e popolari brani come Cummà marie, U Trajenirre, Sì nera nera, Derme bambenidde e ha fatto riscoprire il fascino segreto ed intramontabile della tarantella.





