1799-1999 Giacobini & Sanfedisti

AA VV
CD – Piazza Edizioni CP002 2001


01. Zompa Chi Può (DANIELE SEPE) 0:58
02. 21 Fiorile 1799 (UARAGNIAUN) 5:09
03. Il Grido (DAMBROSIO ENSEMBLE) 6:24
04. Canto dei Sanfedisti (ANTIDOTUM TARANTULAE) 4:53
05. Rumori di Libertà (PINO BASILE) 2:46
06. IDritti dell’Uomo (CORO POLIFONICO S. MERCADANTE) 4:31
07. Tuta da Sera (GIOVANNI CAPPIELLO) 6:55
08. N’giuriata (ANTONELLA NUZZI) 3:05
09. Blu (DAMBROSIO ENSEMBLE) 10:25
10. La Muta delle Ombre (ALFREDO ENSEMBLE) 5:53
11. El Viaje (TRIO BRASS BAG ENSEMBLE) 4:24
12. Zafarì Zafarà (ARIACORTE) 3:22
13. Angeli e Diavoli (DANIELE SEPE)

 

Ascolta “21 aprile fiorile”

 

La musica e la Rivoluzione
tra melodramma e tammurriata

di Silvio Teot

Le idee giacobine e gli eventi storici conseguenti hanno certamente influenzato l’arte in generale, fino a maturare in quell’enorme contenitore epocale che va sotto il nome di Romanticismo. La musica non è ovviamente estranea a quel processo di trasformazione di tecniche, di stili e contenuti artistici che subirono una sterzata poderosa dopo la Rivoluzione francese. Ma non è certo questa la sede per una analisi completa di un fenomeno che è ancora sotto l’attento esame dei cultori e dei musicologi in genere. Abbiamo invece provato a restringere il campo della nostra riflessione a quelle espressioni musicali, colte e non, che hanno avuto maggiore attinenza ai drammatici avvenimenti che nel 1799 hanno visto protagonisti i sostenitori della Repubblica contrapposti ai realisti. C’era una sorta di colonna sonora della Repubblica Partenopea? E a Napoli cosa cantava il popolino in piazza Mercato mentre i patrioti venivano decollati o afforcati (decapitati o impiccati)? Che ogni battaglia, vinta da uno dei due schieramenti, ogni avvenimento, fossero accompagnati da canti celebrativi, da balli e lazzi, è assai certo. Le cronache e i resoconti storici sono zeppi di riferimenti a marce, inni e canzoni a sfottoio. Alcuni di questi componimenti sono riusciti a sopravvivere nella memoria storica o sulle riga di uno spartito. Di alcuni componimenti dell’epoca si conosce la musica e il testo. Ma tanta altra musica è andata perduta. E sarebbe un buon campo di indagine per nuove, affascinanti, esplorazioni. Una prima considerazione merita la sostanziale differenza che caratterizza le composizioni “giacobine” da quelle “sanfediste”. Le prime sono più accurate, borghesi, malinconiche, dirette propaggini del melodramma italiano. Le seconde appaiono decisamente più popolari, dense di folklore, ruvide, scanzonate e comiche. Le prime sono spesso frutto del lavoro di veri professionisti, le seconde sembrano uscite dalla fantasia, spesso volgare, di saltimbanchi e maniscalchi. La “canzone giacobina” si porta dietro sfumature eroiche e idealizzanti, quando non ammicca ai rulli delle marcette militari. Quella “sanfedista”, soprattutto al Sud dell’Italia, si muove su ritmi di tarantelle e tammurriate su cui si scandiscono versi (a volte anonimi) inneggianti alla rassegnazione e al qualunquismo.
Della madre di tutti gli inni giacobini, la Marsigliese, si sa già tutto. Vale dunque la pena di soffermarci solo su due esempi decisamente eloquenti: l’Inno alla Repubblica Partenopea, “I dritti dell’uomo”, musicato da Domenico Cimarosa su testo di L. Rossi e “l’Inno dei Sanfedisti” raccolto e arrangiato negli anni ‘70 da Roberto De Simone per la Nuova Compagnia Di Canto Popolare. Di quest’ultimo canto si possiede praticamente tutto. Il testo è simile a medesime canzoni sanfediste raccolte a Palazzo San Gervasio e in diverse località della Calabria. Il ritmo è quello della tammurriata, eseguito con molti strumenti popolari a percussione (il tamburello, il putipù o cupa-cupa, il tricchebballacche ecc.). Strumentalmente scarno, al massimo il trillo di un ottavino sugli accordi del calascione (antenato della chitarra), il canto è un continuo inneggiare al popolo basso (allu suonno de la grancascia viva viva lu popolo bascio…), ai poveri, troppo lontani dalle cose della politica, poco avvezzi ai cambiamenti che temono e a cui non credono. Perciò fedeli al Re a prescindere. Naturalmente i “malvagi” sono i giacobini che vengono abbinati al suono nobile del violino. Loro, i popolani, sono invece legati ai loro campanili, alle loro campane (A lu suonno di le cambane viva viva li popolane, allu suonno di violine sempre morta a’Giacubbine). E la democrazia, la libertà tanto promesse dai giacobini? Per il popolo basso sono concetti pressocché astratti, paragonati a vere truffe, al gioco delle tre carte: libberté, egualité, i’ arrobbe a te, tu arrobbe a me. Un po’ come ebbe a spiegarci un amico russo ai tempi della perestrojka di Gorbaciov: “la democrazia non si mangia, non sappiamo che farne”. L’Inno sanfedista si chiudeva poi con un chiaro e distinto “viva o’Rré c’la famiglia”.
Basta ora riportare solo l’inciso dell’inno giacobino, ”I dritti dell’uomo”, per capirne la radicale differenza di stile e di linguaggio, nonché di contenuto: “D’un dispotico potere, vanno al foco or gli empi editti, son dell’uomo i primi dritti, uguaglianza e libertà”. Lo stesso destino personale di alcuni musicisti è stato determinato da certe scelte di campo: sono note le disavventure politiche di Paisiello e dello stesso Cimarosa. L’anonimato non ha certo garantito glorie ai compositori popolari ma li ha almeno protetti nei momenti in cui il potere passava la mano. Lo stesso non può dirsi per coloro che si erano apertamente schierati firmando le loro composizioni, salvo tentare acrobatici trasformismi col potente di turno. In proposito, lo storico della musica Massimo Mila delinea un particolare ritratto del Cimarosa e del melodramma italiano. Egli scrive “La tempesta rivoluzionaria che chiude il Settecento si abbatte anche su questa forma d’arte che aveva deliziato per tutto il secolo l’aristocrazia e le classi colte, e ne mette in causa il tranquillo edonismo. Le biografie di Cimarosa e di Paisiello mostrano tangibilmente l’urto dei tempi nuovi contro le sopravvivenze di un passato agonizzante. Travolti nelle alterne vicende politiche che sconvolgono il Regno napoletano in seguito alla calata delle truppe francesi, al loro ritiro e al loro ritorno, questi musicisti aderiscono di volta in volta al governo vincente, sopraffatti da avvenimenti più grandi di loro, e manifestamente incapaci di assumere le proprie responsabilità politiche. Tipici esempi di voltagabbana, l’una e l’altra delle parti in lotta li tiene in sospetto di traditori. In realtà sono semplicemente uomini del passato, che non riescono più a capire quel che sta succedendo” (Massimo Mila, Breve storia della musica, ed. Einaudi 1969, pag. 250-251). Tuttavia, quando la marea rivoluzionaria si sarà esaurita, dopo trent’anni di guerre napoleoniche e agitazioni giacobine, la Santa Alleanza, confinato Napoleone a Sant’Elena, tenterà di “restaurare” anche la musica. Di recuperare cioé il melodramma nella sua vecchia funzione. Tenterà insomma di resuscitare intatto l’ancien régime, senza riuscirci. Infatti tra le tante cose irrimediabilmente mutate ci sarà pure la funzione sociale del melodramma. Il posto che esso occupa nella vita dell’uomo dopo l’esperienza repubblicana. In sostanza, nonostante le innumerevoli contraddizioni a cui andarono incontro, i musicisti giacobini lasciarono un segno forte nell’arte musicale italiana. Per molti critici, furono loro ad ispirare la grande musica dell’Ottocento.
Bisognerebbe, ora, “indagare” sul ruolo svolto dalla canzone politica popolare del 1799 e capirne l’incidenza sull’attuale panorama della musica popolare italiana. Si rivelerebbe un lavoro assai interessante ma tutto da costruire. Questo CD non ha certo questa pretesa. Raccoglie invece suoni e arie, sia giacobine che sanfediste, e gli “omaggi” di musicisti contemporanei che si sono ispirati a quegli avvenimenti attraverso arrangiamenti di canti storici o composizioni inedite. Questo lavoro ha l’obiettivo di “fissare” la colonna sonora del Bicentenario che per tutto il 1999 ha scandito le celebrazioni degli avvenimenti del 1799.

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