Silvio Teot

Silvio Teot

Biografia

Negli anni Settanta fonda con Luigi Bolognese il gruppo di rock progressivo “Murgia” nel quale suona la batteria. Alterna poi l’impegno negli studi universitari con la passione musicale attraverso una vera e propria “militanza” con la radio libera “Radio Murgia”, occupandosi soprattutto di proporre programmi musicali di rock e fusion. Col tastierista Rocco Derosa si cimenta con la fusion nella formazione lucana “Zona Zero” già nota in Basilicata come “Cianuro” ma con l’innesto alla batteria di Silvio Teot (sostituirà Angelo Palumbo) cambia nome. Seguiranno anni da turnista sempre alla batteria. Negli anni Ottanta, dopo una parentesi col Piccolo Teatro di Potenza, nello spettacolo “In nome di Dio e del popolo” (scritto da Ninì Mastroberti per la regia di Mariano Paturzo), approda alla canzone d’autore collaborando col cantautore romano Edoardo De Angelis. L’incontro con De Angelis coincide con la sua prima esperienza in sala di registrazione. Infatti partecipa alla registrazione di un 45 giri del cantautore con i brani “Luci fuochi e stelle” e “Queste parole nel vento”. Intanto decolla contemporaneamente il progetto Uaragniaun con Maria Moramarco e Luigi Bologese per il quale sceglie di dedicarsi allo studio dei tamburelli tradizionali e delle percussioni del Mediterraneo. Colleziona (oltre ai fumetti, una sua antica “patologia”) strumenti etnici provenienti da ogni angolo del mondo. Dal 2016 collabora come percussionista con la formazione di musica medievale “Libre Ensemble” guidata dalla cantante Annunziata Loporcaro. e con il gruppo “Il soffio dell’otre” costituito dal polistrumentista Nico Berardi: una sorta di “musica popolare da camera” che mette insieme strumenti di tradizione con strumenti classici.

Da giornalista-pubblicista dirige, Furor di popolodal 1986 al 2001, il periodico di cultura e informazione “Piazza”. Collabora con quotidiani e riviste nazionali e regionali scrivendo articoli di cronaca, inchieste e corsivi e disegnando vignette satiriche. È tuttora direttore responsabile della rivista storica “Altamura”, pubblicata dalla biblioteca A.B.M.C. Cura pubblicazioni e libri delle Edizioni Piazza, tra cui il documentario “La Città di Federico”, il CD di musica inedita di Saverio Mercadante “Cori d’Opera e Arie da Camera”. Inventa l’operazione discografica “1799-1999 Giacobini & Sanfedisti”, un CD con classici e inediti brani ispirati alla Repubblica Partenopea. Appassionato di satira politica ha disegnato innumerevoli vignette satiriche per diverse riviste locali. Nel 2002 pubblica il libro “Trent’anni suonati”, saggio romanzo  sull’esperienza del laboratorio Uaragniaun e sulla musica popolare del Sud Italia. Nel 2007, insieme a Luigi Bolognese, cura il libro di Maria Moramarco “Paràule”. Un lavoro che racchiude buona parte della ricerca di Maria e contiene i testi e gli spartiti dei brani pubblicati fino a quel momento dagli Uaragniaun. Tutti i dischi degli Uaragniaun sono da lui arrangiati e curati e, insieme a Luigi Bolognese, compone il brano “21 Fiorile 1799”. Partecipa al progetto discografico “Hata” di Rocco De Rosa suonando la tammorra nel brano “Solo cenere”. Nel 2002 pubblica il romanzo-saggio “Trent’anni suonati”, nel quale setaccia la musica tradizionale del sud Italia attraverso le vicende artistiche del gruppo Uaragniaun. Nel 2007 partecipa al disco “Innervision” del fisarmonicista basco Joxan Goikoetxea. Nel 2010 pubblica il libro “A furor di popolo”, biografia del meridionalista Fabio Perinei. Negli ultimi anni si appassiona nello studio di numerosi altri strumenti a percussione e diversi strumenti a fiato. Ha collaborato con la cantante Lucilla Galeazzi e il cantastorie Otello Profazio in specifici spettacolo costruiti per il Festival dello stornello di Cupertino. Attualmente si dedica totalmente all’attività musicale degli Uaragniaun e alla sua professione di insegnante di Lettere nella scuola superiore, senza disdegnare saltuarie collaborazioni giornalistiche con diverse riviste. Col fumettista materano Pino Oliva è impegnato nella realizzazione di “Chitaridd, il brigante di matera”, un fumetto noir d’ambiente di cui cura soggetto e sceneggiatura. Un lavoro che sarà nelle librerie nel 2018.

La ricerca

Il cane di jazz.

di Silvio TEOT

“La musica non udita è migliore di quella udita”, diceva un proverbio greco della bassa antichità, al quale Nerone usava ribattere: “la musica non ascoltata non va presa in considerazione”. Ma qual’era la “musica non udita” del proverbio? E’ facile supporre che si trattava del concetto di musica, più venerato della musica stessa, comprendente non solo la dottrina cosmologica, ma anche le credenze morali e mediche: i canti “emostatici”, da intonare sopra una ferita sanguinante, erano già noti a Omero e a Pindaro.

La sciatica, ad esempio, si “curava” suonando l’aulos sulle parti colpite. Tra gli antichi, la guarigione a base di musica e l’incantamento tenevano banco nei riti magici delle sette gnostiche. Platone doveva aver pensato a qualche misteriosa alchimia etica, con cui la musica poteva suscitare i moti dell’anima, o aver trattato della scienza armonica del “numero congettuale e immateriale”, che racchiudeva verità di astronomia. Musica come valore spirituale allora; oppure musica terapeutica, ipnotica o, ancora, musica come gioco matematico. Certamente la musica come vestito aderente dell’uomo: un camice per le sue attività, una porzione magica per esorcizzare il dolore e la cattiva sorte. Questa è stata, in definitiva, la sorte toccata alla musica. Non si tratta, tuttavia, della “musica non udita” bensì di quella “non scritta”. Quest’ultima, tramandata solo oralmente, è destinata ad estinguersi lentamente. Il mezzo tecnologico, l’incisione su nastro, permette un salvataggio parziale della musica non scritta ma paradossalmente rischia di snaturarne il carattere cangiante della medesima. La musica popolare non colta, altra, possiede infatti il dinamismo della mutevolezza: l’interpretazione è la sua vera anima. Il suo destino è la contaminazione costante, l’essere sempre e comunque un po’ bastarda come i cani che si aggirano sulla Murgia: i “cani di jazz”. I cani dello iazzo delle masserie che in dialetto suona “jazz” e che è anche, curiosamente, il termine che definisce la musica popolare americana più contaminata e meno scritta che ci sia: il jazz appunto.

Il lavoro del gruppo Uaragniaun relativo agli arrangiamenti musicali applicati ai canti della Murgia è deliberatamente rivolto al senso dell’interpretazione dinamica del patrimonio della tradizione, evitando la retorica del “revival” e il sapore “esotico” di certa tradizione folclorica votata al recupero nostalgico e spersonalizzato del “bel canto” andato. In sintesi la formula Uaragniaun è il connubio tra interpretazione delle musiche e rispetto del testo “ricercato sul campo”. Nessuna passione archeologica pertanto ma scelta storica. Il testo della canzoni raccolte da Maria Moramarco rappresenta l’unica documentazione attendibile della realtà storica di un mondo subalterno che ha operato sulla Murgia: tensioni, passioni, fantasie e consapevolezze dei contadini del Sud dell’Italia. Riproporle e metterle su disco è per noi il primo risultato per storicizzare e rivalutare una espressione culturale diversa, “altra”, non ufficiale, conflittuale e giammai neutrale. Una cultura soppressa con forza da quella ufficiale. Noi intendiamo valorizzare quei suoni e quesi versi estranei ai linguaggi ufficiali ridando dignità al dialetto Evitando la retorica solidarietà verso “le sofferenze del popolo”, dei “cafoni” e dei loro drammi. Piuttosto esaltandone ogni originalità. Tuttavia sulla canzone della Murgia diviene necessario operare in maniera progressiva per quanto concerne gli arrangiamenti musicali. Le canzoni murgiane sono un patrimonio non scritto. Se il testo è stato tramandato con costante attendibilità non altrettanto può dirsi della musica che, invece, è manipolata, impura. Non c’è traccia di antiche trascrizioni e il canto si presenta povero e scarno. Si intreccia spesso coi ritmi e le dissonanze di origine mediterranea esaltando la propria origine meridiana, di confine. Accompagnano la voce il battito delle pietre, il suono della pelle d’asino, il tamburo a frizione, il flauto in canna di ferula e poco altro. Su questo “deserto” affascinante si è innestato il nostro lavoro di elaborazione con gli strumenti che più riteniamo efficaci e l’esperienza musicale che ognuno di noi si ritrova. Anzi: più che agli strumenti musicali abbiamo guardato ai suoni che potessero potessero rappresentare con maggiore forza i messaggi delle canzoni.

Uaragniaun cerca infatti di rappresentare e spettacolarizzare le atmosfere che si respirano nei testi delle canzoni: la festa, il dramma, la lotta e l’amore. Ciò ha richiesto la necessità di cogliere il fracasso delle bande di paese, il soffio tagliente del vento di Murgia, le dissonanze mediterranee, le sequenze frenetiche ed ipnotiche dei tarantolati, il rituale magico-medico delle “femmine curatrici”, le velleità terapeutiche di certe danze e la forza persuasiva di certe nenie. Tutto ciò è rappresentato rispettando le espressività di tutti i musicisti che compongono Uaragniaun in chiave interpretativa ma senza fare il verso ai contadini.

Trent’anni suonati.
Il libro.

Note fuori dal pentagramma sulla musica popolare italiana attraverso l’esperienza Uaragniaun.

libroteotPiazza Edizioni Altamura (Ba) 2002
(264 pagine con ricco apparato iconografico Euro 12,50)

Un saggio raccontato come un romanzo: l’autore scandaglia la storia della musica popolare del sud dell’Italia attraverso le vicende del gruppo musicale Uaragniaun, una delle formazioni di ricerca e riproposizione che meglio ha rappresentato sulla scena nazionale e internazionale i canti e le musiche della grande tradizione pugliese. Una trama incalzante, fatta di concerti, incontri e scambi musicali, tra strumenti etnici e ritratti di musicisti come Matteo Salvatore, Otello Profazio, Daniele Sepe, Ambrogio Sparagna… e tanti altri ancora. L’analisi del fenomeno della pizzica, della tarantella e della “forma canzone”, tra ricerca e innovazione, attraversando la “questione” del diritto d’autore e degli autori senza diritti. Il travagliato rapporto dei ripropositori della tradizione orale con il mercato discografico. Una maniera per “narrare la voce”, unica e straordinaria, di Maria Moramarco. Un viaggio dal folk-revival alla world music, dagli anni Settanta al nuovo Millennio…

Recensione di Roberto G. Sacchi

Il sottotitolo che l’autore ha scelto per presentare la sua fatica letteraria (“Note fuori dal pentagramma sulla musica popolare italiana attraverso l’esperienza Uaragniaun”) illustra bene gli ambiti in cui questo saggio autobiografico si muove, cercando di offrire un panorama storico della riproposta della musica folk del sud Italia osservato con gli occhi di chi ne è stato protagonista attivo, militando nel gruppo altamurano per trent’anni. Silvio teot ha quindi già realizzato quello che molti altri musicisti (non ultimo chi vi scrive) hanno in mente di fare da anni: un libro sul folk italiano “visto dal di dentro”, rivivendone passaggi e sviluppi non con l’asettica astrazione dello studioso ma con la complice e divertita partecipazione di chi le cose che narra le ha vissute davvero. Aneddoti, riflessioni, qualche piccolo trucco svelato fra backstage di festival e aie di masserie assolate, amicizie, dolori, passione, incontri, abbandoni.

Se poi volete completare l’’opera, procuratevi la bella antologia incisa nel 2001 dagli Uaragniaun, dal titolo “Fiorita” e tenetela di sottofondo durante la lettura.

Da gustare nei pomeriggi dei giorni di festival, seduti al tavolino del bar Garibaldi sotto i portici, a non più di 200 metri dal palco su cui i gruppi della serata fra poco inizieranno a fare sound-check.

Dalla presentazione di Giuseppe Dambrosio

Sul racconto si innesta e si incrocia felicemente la parte saggistica inerente la riflessione etnomusicale. Chi ha interessi di questo tipo, troverà abbondante materiale su cui riflettere: il testo è disseminato di citazioni tratti da opere monografiche che hanno segnato lo studio del folclore e della storia del mondo popolare, di recensioni dei dischi prodotti dal gruppo apparsi sulla stampa locale, su quella specializzata italiana ed europea e di una gustosa serie di frammenti, perlopiù tratti da canzoni, che danno l’incipit ad ogni capitolo. In calce, oltre all’utile bibliografia dei testi consultati, per gli interessati è presente una nutrita discografia aggiornata della World Music.

Il libro è il tentativo riuscito di ripercorrere l’esperienza degli anni suonati non circoscritta negli angusti confini cittadini. L’apporto e il rapporto con artisti di talento e della statura di Piero Ricci, Nico Berardi, Rocco De Rosa, Ambrogio Sparagna e Daniele Sepe ha aperto agli Uaragniaun gli orizzonti ed ha assicurato il successo meritato, portando alla ribalta nazionale ed internazionale la cultura e le tradizioni dell’Alta Murgia.

L’opera ha anche il merito di aver tracciato i contorni di un’esperienza del passato recente non annoiando e attraverso l’uso di una scrittura scorrevole e colorita che conquista il lettore. La lettura è consigliata vivamente ai più giovani e a chi ama la musica nelle sue varie forme e tendenze. Mi piace chiudere con l’accorato appello dell’autore rivolto a tutti i musicisti e al ruolo insostituibile del fare musica nell’era attuale della globalizzazione: “Contaminiamoci allora, mescoliamoci alla faccia di Bush, Sharon e Bin Laden. Lo stupro di New York e la successiva violenza carnale di Kandahar, i kamikaze, le rappresaglie, il “nuovo olocausto” palestinese, non possono restare il testamento infame di un 2001 che ci saluta con lo zuccherino della moneta unica europea. Opponiamo alla guerra l’amplesso culturale, quello della musica etnica. Ci guadagneremmo tutti in salute e saremmo felici. Opponiamo contrabbassi, tamburi e violini ai blindati, ai cannoni, alle bombe intelligenti governate da uomini idioti. Coltiviamo almeno l’utopia, ché non è ancora quotata in Borsa […] La “musica che gira intorno” avrebbe fatto ancora la sua parte, superando trincee e cadaveri.” Lunga vita a chi ha reso famosi e popolari brani come Cummà marie, U Trajenirre, Sì nera nera, Derme bambenidde e ha fatto riscoprire il fascino segreto ed intramontabile della tarantella.

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